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La 90 come esperienza linguistica

Moltobene aveva già intromesso nei suoi racconti la 90. Che nulla ha a che vedere con la Paura (almeno nelle ore solari). Perchè la 90 è una linea della circonvallazione di Milano. Gemella siamese della 91. Sulla cui numerazione tuttavia ci son da aggiungere due considerazioni:

-    Per alcuni Milano ha tre circonvallazioni. Per altri quattro. Ma questi son punti di vita. E diottrie.

-     Reputo la cosa più difficile al mondo distinguere quale sia la 90 e quale la 91. Tipo la differenza tra Stornara e Stornarella. "Tra me e te". Tra Rosso terra di Siena e Rosso Malpelo.

Dicevamo, già si era scritto qualcosa sulla 90. Non fisicamente, sul mezzo. Perché è un mezzo che a malapena si lascia ospitare, sempre troppo zeppo di uomini/donne/odori. Qualcosa riguardo alla sua composizione etnica. Probabilmente su una ragazza rom che allattava senza remore qualche figlioletto del suo bastimento. Ma il cannocchiale.it è una piattaforma terribile. Una merda assoluta. Sarebbe troppo chiedere di scovarlo tramite una ricerca interna al blog. Perciò muoia Sansone e tutti i suoi link.

Assodata quindi la merdaggine tecnologica della piattaforma e il magico melting pot di umori ed odori del mezzo, ecco il motivo per cui oggi si prenderà nuovamente a discutere della celeberrima linea. Dando seguito e adito al proverbio cinese: “anche nelle cose brutte scova il bello”. Che non è “detto” esista come “detto”, ma ben si adatta alla filosofia trascendentale tipicamente asiatica. Che non sarà il focus di questo testo. Ma lo lambirà.

Durante l’ultimo viaggio nella 90, stretto come gli sgombri Riomare in olio di girasole, si è riuscito a trovare qualcosa di armonioso. Per la prima volta, si è vissuta la 90 per il ruolo a cui è stata preposta dal Dio dei mezzi beceri. Ovvero, si è vissuta la 90 come un’esperienza linguistica.

Una signorina asiatica, nella affollata Riomare in movimento, parlava con qualcuno al telefono. Impastando una varietà di suoni e varietà fonetiche da impressionare gli aridi. E gli arabi. Che di impastamento di consonanti se ne intendono…

-         Zguandeterenna pagayando money gherutringa ferie, do you need? Popurente gototo loffetza sciuo lady nuangarrtenovanta!

Solo una, questa, delle tante espressioni provate a riprodursi, pronunciate dalla missionaria della transizione ascetica del Dio dei mezzi beceri.

Quel misto di reminiscenze vietcong[1], inglesi e italiane, per una volta hanno condito con del misticismo e non con del dannoso sudore l’agonizzante e breve viaggio. Era fantastico ed eccezionale ascoltare i suoni di questa signora a ridosso della porta d’entrata. Questo suo mellifluo sgrammaticare che cozzava e impreziosiva (per contrappasso) le vocali milanesi dilatate dei “Minchiazzio[2]”di ritorno da scuola. Non più Arbre Magique ai bastoncini Findus. O esalazioni di Topexan proto pomeridiane. Solo magnifiche espressioni inconcepibili e imperscrutabili. Come novelli predicatori di un profano culto coreano. Opa Gnamgnam Style.



[1] Anche a chi è vissuto a Pisticci, per la forza di colonizzazione culturale americana almeno una volta nella vita è parso di sentire le grida dei  vietcong. Poi magari erano solo ricordi sbiaditi delle grida del bidello lucano...

[2]Minchiazzio: ragazzo in fase adolescenziale che è solito usare l’espressione Minchia o alternativamente Zzio come apertura colloquiale di una frase. Solitamente preceduto da un Oh!... Non è disdegnato inoltre la crasi tra le due espressioni: Oh, Minchia, Zio…”

Pubblicato il 20/11/2012 alle 12.9 nella rubrica Diario.

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