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Dio non è morto (e sta benissimo in Argentina)


Storie di F.S.


26 settembre 2012


-          Signorina…

-          Sì…

-          Lei per caso,  prima è passata da una carrozza all’altra?

-          Mmm, sì…

-          E come ha fatto?

-          Accanto alle porte ci sono dei pulsanti.Se si schiacciano, si aprono le porte.

-          Ah…


La semplice drammaticità di questo dialogo è la sua assoluta e devastante veridicità.   


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12 giugno 2011


Uno dei migliori e più avveniristici servizi di Trenitalia è la gratuita fornitura di astio che offre ai suoi clienti.
Una persona tranquilla, pacata e mansueta, appena salito su un treno di Trenitalia si imbeve e impana di cattiveria. 
Una normale coppia seduta accanto a te, anche appartenente a canoni estetici gradevoli, diventa bersaglio e rifugio per vomitare cattiveria accumulata durante il trascorrere e il ridursi, mai troppo solerte, dei chilometri che ti separano da casa.

Lei: statica. Immobile. La lingua italiana e il suo frequente ricorso alle metafore suggerirebbero definirla una Sfinge. Ebbene, anche la Sfinge è più dinamica invece. Più movimentata, nella sua illustre e millenaria fermezza. Legge per tre ore di seguito la guida Lonely Planet sul Brasile, chiedendo conferma di ogni riga a lui. Ovviamente semi-immobile. Fastidiosa quanto quegli esseri che quando compri il giornale e lo metti sottobraccio ti chiedono: posso vederlo? Certo che no. L’ho messo sotto il braccio apposta. Trimone. 
Lui: bellissimo. Capelli alla Boriello su un viso austriaco. Occhialetti tondi color mogano che contrastano con la fine rigidità dei suoi lineamenti. E della sua fidanzata. Legge un libro di esercizi in portoghese. Anzi, ne fa gli esercizi, con tanto di correzione in simultanea verso la fine del libro. 

Lui e lei hanno quella borsa a forma di salamino Beretta di Amercan Apparel, accessorio fashion addicted per una passeggiata alle Colonne alle 18:00, nice to have invece per quel taglio di capelli. Possibilmente con un pantalone molto attillato. Da asfissia vescicolare. 
Ovviamente sono una coppia amorevole, ma i “Demoni” di Fedor Trenitalia trasformano tutto quello che c’è di gradevole in una persona/coppia in complementi iracondi. 

E infine la specialità del treno: la signora leccese cicciobomba emigrata in Svizzera che invece di parlare, come molti dei Terroni maledetti, urla. La sua voce “poppita” – epiteto con cui i brindisini son soliti schernire i loro cugini leccesi – travalica e perfora tre poltrone a quartetto dell’ Eurostar City, le lezioni di portoghese di Lui e Lei e Juana Molina che canta nel lettore mp3. Ma la colpa, porella, non è sua. È colpa di un’altra repressa addetta dell’Atm che salita a Milano, chissà dove scenderà e chissà quando smetterà di rivolgerle domande. Anche perché la signora leccese cicciobomba, è una di quelle che le chiedi come sta e ti racconta del battessimo del nipote. In rassegna, all’intero treno, vengono raccontati dal difficile ambientamento nel nuovo Stato alle attività ricreative che l’efficiente sistema statale svizzero mette a disposizione del suo dolce Marco, figlioletto con cui è partita stamattina alle 8 e arriverà a destinazione dopo le 12. Autolinee Marino permettendo.

Con la menopausa del riscaldamento, soffioni di aria fredda abbinati a venti di scirocco del Serengeti che escono dai bocchettoni, adesso dei bambini gridano al centro della carrozza. Senza ritegno. Senza che i genitori li picchino a sangue, senza che nessuno li prenda e li rinchiuda nel bagno, dicendogli che il treno sta andando dall’Uomo Nero. 


Il prossimo referendum, con quorum bulgari, sarà per vietare i bambini su tutti i mezzi di locomozione. Eccetto le carrozzine. 


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14 gennaio 2010


Più Nanni Moretti per tutti

 

In certe situazioni della vita, sarebbe opportuno saper esplodere con grazia e irritazione, riuscendo ad esplicitare il senso di profondo fastidio da cui scaturisce la propria indignazione. È per questa ragione che le pellicole di Nanni Moretti potrebbero fungere da ausilio e manuale a questa endemica e progressiva esplosione.

Sarebbe quello che avrebbe dovuto fare ieri, il ragazzo seduto alle spalle del narratore, in un Frecciargento Roma - Barletta, tediato fin quasi al ferimento cutaneo, dalla mongolfiere di puttanate che una signora esaurita gli vomitava contro. Avrebbe avuto l’approvazione, i complimenti e l’ola da tutta la carrozza, ma il succube giovane studente probabilmente, peccava in conoscenza di pellicole italiane.

La signora esaurita, e palesemente ipertesa, dopo aver  fatto lite con i passeggeri  accanto alla sua postazione per motivi ignoti a chi scrive, trovando un posto libero di fronte ad un ragazzo ( impegnatissimo nella lettura di appunti ) chiedeva il permesso per sedersi, seppelendo ( a insaputa dell’ignaro studente ) la normale e tranquilla prosecuzione del suo viaggio.

 

“Mi posso sedere qui? Che fai, studi? Ah, studi medicina? Allora devi essere proprio bravo per essere così il giovane e fare medicina … Sai, io sono una scrittrice. Ho scritto tre libri. Sta per uscirne un quarto. La vita è fatta di determinazione, sacrifici e umiltà, se hai queste qualità e le persegui,  allora hai tutto... Sai, io ho amato un uomo per quattordici anni, ho pensato solo a lui. È stato lui la fonte d’ispirazione della mia maturità sentimentale … Ma tu hai detto di studiare a Roma? Sai che ho una grande casa a Roma? La prossima volta che vieni ti ospito. Te lo giuro. Te lo giuro. No, no. Te lo giuro. Vuoi un po’ di torta? Allora vuoi una caramella? Prendi la Golia, ti fa bene alla gola. Ma no che mamma non si offende se non mangi tutta la porzione che ti ha preparato … anzi, se sali a Roma con la tua famiglia, ospito tua madre e tutta la tua famiglia. Tanto la casa è grande … Sai, è bene conservare una dose di profonda spiritualità nel percorso di crescita, altrimenti …”

 

Il giovane studente babbione non riusciva nemmeno ad intramezzare la carovana di puttanate della signora esaurita che correva a velocità parallela al treno. Anzi, intrappolato in questo buonismo esasperato, soccombeva al tragico destino che beffardo non faceva che acuire la sua pena, facendo mostrare dalla signora: “ le fotografie di famiglia”.

Come Fantozzi costretto a girare la celebre sequenza della carrozzina che cade dalle scale, della corazzata Potemkin, così il ragazzo prendeva atto del fallimento della sua strategia, aspettando con impazienza nervosa la stazione che l’avrebbe ricondotto alla libertà.

Se solo però avesse agito diversamente… 

 

 

caldamente consigliata la visione del link

www.youtube.com/watch


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28 agosto 2009


41 42 43 44 45 46

Si evitino code dinnanzi alle ricevitorie e ipotesi di strategie vincenti su sistemi e sistemoni. La numerazione sopracitata corrisponde all’ordine dei posti della carrozza dieci di un Intercity Rimini Milano. Viaggiare in treno, a volte è straordinario. Ci si imbatte in campioni di umanità difficile da riscontrare altrove, racchiusi e miscelati così sapientemente.
La carrozza che il narratore si appresta a descrivere racchiude due nuclei familiari, incredibilmente eterogenei ma ugualmente spettacolosi.


41. Padre affetto da logorrea e poco incline alla lingua italiana. Abbigliamento da manovale in vacanza con maglietta bianca smanicata anni ottanta su cui campeggia la scritta in celeste Argentina. Per tre ore di seguito, e ci tengo a sottolineare, di seguito, tempesta di discorsi incomprensibili il figlio in postazione 42 che imbarazzato e incredulo non sa cosa e come rispondere.

Il narratore, sfortunatatmente seduto sul sedile 43 accanto al babbo parlante, ode, sveglio e in fase REM per tutta la durata del viaggio frasi del tipo: “ Sgo stè stè qualcosa da mangiàr prèn il pol de fèn. Reazione del figlio: si.

“ Il cellulàr ghe te cumprà, fa spè ghe vi no sta de sòn”. E il figlio: no.

Oppure: “ Avvisa la mà che quand arriviàm po’ prend il fàt che vir, coosì si balean il vàp”. E il figlio: si.

Se non fosse per lo stesso modello di canottiera, sarebbe difficile attribuire la paternità del babbo 41 al figlio 42

44 45 46. Altro nucleo familiare composto da madre, padre e figlia. Emigrati in Francia da cinquanta anni ma di manifeste e luccicanti origini foggiane. Emigrati di quella specie che tra loro parla in francese soprattutto perché l’italiano sin dalla partenza per l’oltralpe non lo si conosceva granchè. Per questo, quando la figlia fa una domanda in francese, il padre se deve rispondere in italiano, si concede licenze foggiane. Spiega ai suoi compagni di viaggio: “ Abbiamo andati a Rimini a fare le vacanzze. Anghe se è assai londano dalla Frangia.

Il narratore, affascinato dal melting pot linguistico della sua carrozza, chiede al pater familias franco dauno la sua storia (anche perché inabile a parlare col babbo parlante 41 causa difficoltà di comprendonio). L’esule, non aspettava altro: “ Sò cinguand’anni che lasciammo Foggia. Ti parlo un po’ in foggiano, mi capisci a me? Mò infatti non gi vado da nu sàcc di anni. Da cingue anni non gi vado. Mia figlia invece ci va tutti gli anni. Ce ne andammo da Foggia perché non ci stava il lavoro. Pà fàm”.

Un discorso triste quello del genitore, che il narratore e molti altri suoi amici conoscono bene. La fame non si fa più. Ma di lavoro ahimè, non si soffoca. Adesso però non è più necessario andare oltre le Alpi. Ci si ferma qualche chilometro prima…


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9 ottobre 2008


Il treno viaggia su delle rotaie.
Le rotaie trasportano persone.
Le persone viaggiano con dei bagagli.
I bagagli sul treno si mettono su delle piccole astine verticali, site sopra i posti a sedere, le quali fungono da portabagagli.
Sui posti a sedere quindi si siedono (se il posto è poi libero, si stendono) le persone, e non i bagagli.

Questo basilare e scontato preambolo lo scrivo a te, vecchio rincoglionito, con cui ho litigato durante il tragitto Barletta - Bologna, dato che non riuscivi a capire che un posto non occupato da un essere vivente, in un Espresso notturno delle 00:45, è davvero sprecato destinarlo "alle cose da mangiare”
Mio caro analfabeta di un vecchio testardo che non sei altro, anche io trasporto “ le cose da mangiare”, amorevolmente preparate e conservate da mia nonna e mia madre, vuoi sapere però qual è la differenza? Io ho una spaziosa borsa frigo, non tre zaini minuscoli e poco pratici cho occupano indebitamente posti liberi. E in più la mia borsa frigo è geometricamente incastrata nel portabagagli e non ostacola/occupa abusivamente nessun altro posto idoneo per stendersi, riposare, tentare di dormire.

Inoltre caro vecchio coglione, è anche a tua figlia che mi rivolgo. Se tu sei minorato e comunichi con lei in dialetto barese pensando di non farti capire e bestemmiandomi per ore intere: <Mòòò e cùss stè all’albèrgh?> , non posso mica prendermela con te, come detto, sei minorato…
È tua figlia che essendo più giovane e di te e vedendomi salire a Barletta, ripeto a Barletta non a Sondrio, dovrebbe dirti di moderare il linguaggio.
Evidentemente qualche gene minorato, l’hai trasmesso anche a lei…
E sinceramente, mi spiace.


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18 giugno 2008


 Entrati in un treno, è  regola comune e giusta: abbassare il volume della suoneria e parlare a bassa voce durante le telefonate che si ricevono (soprattutto se i viaggiatori accanto sonnecchiano o si impegnano a farlo)
La lurida troia che ha viaggiato con me quest’oggi, evidentemente non conosceva la norma suddetta od l’aveva dimenticata per l’occasione. Oltre ad essere volutamente brutta, a causa delle sopraciglia che le davano un aspetto simile ad un ranocchio, la demente disturbatrice parlava con una cantilena barlettana di fronte alla quale gli assidui frequentatori portuali del Bar Conchiglia avrebbero gridato allo scandalo. Vi racconterò cronologicamente le stronzate che il ranocchio gridava:

07:45 (dopo soli 15 minuti di viaggio) Amò, che stai a fare? Nooo, io mò so salita sopra al treno. È silnzioso. Assai. E io che mi credevo che era come il regionale??? –risa sguaiate –
Che stai a fare? Hai finito? E quando torni? Vabbù amore, ci sentiamo dopo. Ciao Maurì

09:50 (nel pieno del sonno) Amò hai finito? Nèèè che stai a sentire? I Queen? E chi te li ha regalati? Ma nello stereo della macchina li stai a sentire? O nel lettore? No amò io voglio un sacco di tempo, angora… vabbù amore ti amo assai. Ciao

12:20 (sveglio da 3 minuti) Maurì, ma sabato andiamo a Polignano? Con la macchina nuova? Ma quando arriva? Scusa tu a tua madre lasci la Yaris e tu ti prendi la macchina nuova? E tuo fratello non lo tieni in conto? Quello è quello che la vuole più di tutti la macchina nuova, che non lo sai? No amò, io sto a Rimini angora…

14:15 (una volta ripreso sonno come un angioletto, la troia comincia a gridare) Neee e tando manga poco. – in realtà mancano tre quarti d’ora pieni – Hou Maurì mi devi prenotare l’aereo? Per domani. Se costa di meno me lo prenoti, che io non ge la faccio nel treno. Mi scoccio. Assai. –dovresti vedere come hai frantumato le palle a me, bagascia – Hai capito che devi fare? Sennò lo faccio fare a mio fratello…

Alle 15:00 finisce il supplizio. Dopo appena sette ore e mezzo di agonia. Spero che il ranocchio sia inciampato sui binari e morto. O che Mauri domani abbia il cancro.
Viva le Ferrovie dello Stato.  




permalink | inviato da D.M.T. il 18/6/2008 alle 20:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


11 marzo 2008


Ho visto persone dormire nei modi più assurdi e impensabili, con le braccia sulla fronte, con le gambe a mezz’aria e con i cuscini abbracciai come salvagente. Vi assicuro però che la bruttezza del ragazzo che dorme di fronte a me, sul seggiolino di questo Intercity che mi conduce nella mia città, è di una bruttezza rara. Assolutamente introvabile. Occhi e bocca aperta, auricolari a volume inconsueto e un perenne smorfia che gli fa arricciare il naso. Ho paura che sia allergico a qualcosa o che stia morendo.

Nell’impensabile universo dei miei viaggi di ritorno però, questo è forse il più normale. Niente cani, niente risse, nessuna signora spagnola sfrattata dal suo posto per aver fatto vedere la prenotazione di una settimana prima. O almeno per ora… Una grande gioia insomma, un piacere acuito poi dall’aver pagato il biglietto 24 euro (grazie ad un rimborso di 29,50 euro): una volta tanto sono io che posso dire: FS và tù pì ‘ngoul!
Mancano solo quattro ore alla fine del viaggio. Le altre cinque sono passate veloci, grazie al sonno arretrato causato da due giorni di baldoria milanese. Dedico questo post ai miei amici barlettani e non, ancora in quel di Milano.
Stasera, mentre metterò in bocca un cucchiaio di sardollini appena pescati, v’immaginerò a combattere con Polpe di pomodoro e Braciole di Coppa Esselunga. Vicini ma lontani.

Vi voglio Molto Bene.

 

Nota postuma dell’autore

RETTIFICO IMMEDIATAMENTE:

era andato tutto troppo bene. Subito dopo aver scritto il pezzo, sono stato punito. Siamo scesi a Termoli, e di là in pullman siamo arrivati a Vasto, a causa di un morto sulla linea ferroviaria. A Vasto il treno è partito con un’ora di ritardo. Chiesto a Barletta il rimborso, l’addetto alla biglietteria ha risposto che essendo queste cause esterne alla Ferrovia: le FS non rimborsano.

Spero che le FS falliscano nel giro di pochi mesi e muoiano tutti i responsabili dell’azienda.
Bastardi!




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3 settembre 2007


 

È radicata e diffusa la credenza che maggiore sia il prezzo del biglietto di un treno e automaticamente migliore sia il servizio offerto e la qualità del viaggio. Scrivo questo pezzo per smentire questa sciocca teoria e per rendervi partecipe del mio dolore e del mio odio contro le Ferrovie dello Stato.

 

Mi siedo su un Eurostar, badate bene: Eurostar e non Espresso o Intercity Notte, alle ore 09.40. I tre posti di fronte a me, sono occupati rispettivamente da una signora munita di stampella al lato del sedile, da un signore che gronda sudore anche dalle orecchie, suo rispettivo marito, e da un cane. I cani durante i miei viaggi rappresentano una costante inamovibile. L’animale in questione, è dentro una borsa giallognola, sembra un criceto cresciuto troppo e soffre come una bestia. Ogni tanto inoltre emette degli pseudo starnuti molto più simili a dei rantoli pre-morte, che ad un impellente bisogno fisico. La coppia ( ed il cane) sono spagnoli, ritornano da un viaggio in Puglia all’insegna della riscoperta delle origini della signora, diretti a Milano per prendere un altro treno che li accompagnerà alla volta della loro abitazione spagnola. E fin qui tutto normale. Notata la presa della corrente elettrica sotto il banchetto estendibile della mia postazione, allaccio la ciabatta del mio portatile all’apposita presa. Tac. Viene meno la corrente e il computer ancor prima di accendersi del tutto si spegne di nuovo. È il presagio della catastrofe. Sono le 10:10 e da quei fatidici minuti in poi, capisco che oltre alla corrente sarò sprovvisto per otto ore anche dell’ aria condizionata.


Passa un’ora, e la sofferenza aumenta. E’ più un sentimento di acuta disperazione, accresciuto dalla scoperta che solo la nostra carrozza è priva di quel vitale circolo d’aria supplementare e che tutte le altre sono piene e fresche; impossibile quindi una migrazione salvifica. Con i raggi del sole perpendicolari sul capo, le persone, me compreso, cominciano a manifestare i primi sintomi di acuto fastidio. I dialetti prendono il posto dell’italiano, i biglietti fungono da ventagli e i bambini dai cinque anni in su vengono privati dei loro vestiti. La situazione è terribile ma ancora cerebralmente sostenibile.
La tragedia vera e propria infatti, è messa in atto una volta lasciata la stazione di S.Benedetto del Tronto. Un’ altra coppia anziana, questa volta con un bambino al posto del cane, si dirige  verso i posti degli italo-spagnoli di fronte a me, mostra il biglietto ed effettivamente dimostra che il posto da loro occupato è abusivo. Lo spagnolo esige l’intervento del controllore, figura preziosa e irreperibile in questo viaggio, il signore marchigiano invece minaccia di arrivare alle mani in caso di mancato trasloco. Ed è qui che viene il bello. Visti i cinquanta gradi e a causa di un innato spirito pacifico,  aiuto i signori abusivi a raggiungere i posti di loro appartenenza. Carico sul mio corpo gia provato dal torbido caldo: una valigia immensa di venti chili, che trascino con fatica sfidando l’ernia al disco, una borsetta, un trolley ed il cane, che spesso scende dalla sua borsa rifugio e piange, come se la situazione non fosse gia catastrofica. Più pesante e goffo di un cavaliere medievale, percorro quattro carrozze con tutta l’armatura fatta di valigie per giungere alla carrozza quattro e trovare il posto della coppia ibrida occupato da delle suore svizzere. Mi viene da piangere. Auguro alla signora buona fortuna e scappo dal controllore, nel caso dovesse essercene uno, ad ammorbargli questa brutta piaga.


Ritornato al mio posto, riprendo l’attività che meglio si può svolgere: sudare. E difatti dopo una mezz’oretta in cui collaboro col sole alla disidratazione totale, vedo tornare il signore spagnolo, un ammasso di peli bagnati che cammina. Si accosta vicino e mi dice ironicamente che è tutta colpa mia. Il biglietto che ho visto e il posto verso cui li ho condotti era quello dell’andata che i furboni trattenevano con loro nella stessa bustina del biglietto del ritorno. La loro effettiva postazione era in quella stessa carrozza, solo qualche posto più in là. Mentre mi guarda con quel sorriso ebete ed incredulo, tentenno indeciso se tagliarmi le vene, buttarlo dal finestrino o dargli un schiaffone sulla pancia. Il proseguo del viaggio può facilmente intuirsi, anche senza bisogno del racconto. Ho immaginato di stare per svenire, ho pensato che stessi diventando un Calippo umano, ho creduto che tutti i bambini seminudi, continuamente bagnati con l’acqua del bagno, dovessero avere un arresto cardiaco; ma dopo tanta sofferenza ho letto il cartello bluastro con la scritta bianca: Milano. Chi mi è venuto a prendere alla stazione mi ha passato un costume. L’ho indossato, e prima di buttarmi nei Navigli per un bagno rigenerante, ho giurato che non viaggerò mai più in treno. Almeno con le F.S.

 

D.M.T.     




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  31. in questa settimana ti cerco vedere di provare e di richiederere se si può fare una ricarica 

                     

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Solo Diliberto è più triste della carbonara mangiata con l'acqua (e senza il vino).

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Giuseppe Ferron Spadaro



  • Cecchi Paone ha accettato di andare sull' Isola dei Famosi , perchè credeva fosse a Mykonos

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  • In Biblioteca, le più brutte fanno sempre più casino.

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  • Ahhh, quindi al ritorno abbiamo fatto lo stesso tragitto dell'andata, però al contrario?

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  • Se i  Chihuahua non abbaiassero, guadagnerebbero di credibilità, loro, e tutti gli altri cani !
  • Io sono un grande "odiatore" di Msn.
  • Anche perchè, tutti i ragazzi che sono andati in Inghilterra con "L'INPS"...

Ulisse     



Nell '81 tutti quanti piangemmo per Alfredino, ma da che mondo è mondo, i bambini cadono nei pozzi da sempre...

Alberto Abruzzese


 

  • Da grande farò l'Asceta.
  • - Cinque per cinque?  - 25  - Eh vabbè, ma tu lo sapevi...
     

Mimmus


 

Nessun uomo può andare a letto due volte per la prima volta con la stessa ragazza.

Eraclito 

                    

  • Dacci due ore e ci svegliamo in due secondi 
  • Se io avevo sta macchina, se io avevo sta macchina, se io avevo sta macchina, era bello!

F.Lion 


 

  • La tua stanza da di pasta e patate. Apri la finestra.
  • Con quei baffi sembri Domenio Modugno
  • Oggi sei vestito come un borgataro.  

Mio Padre

 


 

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