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Dio non è morto (e sta benissimo in Argentina)


Goffredo


19 dicembre 2011


 

Goffredo è solito trascorre molti mesi dell’anno in una frenetica città.
Un posto dove scuri figuri bardati di smoking e tailleur, quando ancora fuori sembra notte, escono dai vagoni del metrò con passo spedito. Pensierosi e tellurici.
 Goffredo però non vive a New York.
Per quel processo di osmosi che avviluppa l’animo dei cittadini alla città in cui vivono, anche Goffredo spesso va di fretta. Ha mille cose da fare in un minuto.
Di queste mille, novecentonovantotto ne scorda, ma non se rammarica. L’importante, nella sua città, è avere sempre tanto da fare. Un da fare incontrollabile.
 
Per fortuna però, nonostante il caotico e convulso andazzo della sua City (che non è Londra), alcuni abitanti della stessa, forse a causa delle loro origini o forse perché dotati di un carattere mansueto, accompagnano il passare del tempo con ritmi placidi e bucolici.
Che bello il mondo dunque, per la sua diversità, per la sua difformità, per la sua contrapposta visione dell’avanzare del tempo. E quanto fortunato Goffredo che vive e approfitta simbioticamente del placido stridore tra i due opposti.     
Queste indigestioni di fortuna però, tendono ad assottigliarsi quando Goffredo, acquisita una tantum la topica smania della città in cui vive, cozza con un insolito incedere flemmatico di altri suoi concittadini.
 
Qualche mese fa infatti, Goffredo si recò nella biblioteca della sua facoltà di Scienze Politiche.
Mosso dalla fretta di cui sopra, disse alla bibliotecaria il titolo di un libro, senza però accorgersi dell’assenza della stessa. “Sacripante!” esclamo tra sé e sé. E menomale che non lo esclamò ad alta voce. La bibliotecaria infatti, visto Goffredo al banchetto, prontamente si avviò verso la sua postazione lasciata sguarnita. Si era attardata sulla scrivania del suo collega Fortunato, ci tenne a dire, discorrendo sulla terribile fine del  buontempone  Gheddafi.
Goffredo però, poco partecipe, asserì meccanicamente, pronunciando il titolo del libro che aveva premura di ritirare, inconsapevole che di lì a poco, la tragedia della disparità tra intenti giornalieri si sarebbe presentata nella sua più totale crudezza.
 
“ Ah, le serve questo testo?” disse la bibliotecaria il cui aspetto dava l’impressione di un recentissimo rientro da Woodstock. “Lo sa che è un testo molto bello? L’ha letto il figlio di una mia amica”.
Fuochino.
-          Mi scusi se ho tardato a servirla, ma parlavo con il mio collega Fortunato.
Fuochetto.
-          Sa, parlavamo di Gheddafi. Che brutta fine che ha fatto. Che brutta fine...
-          Certo, signora. Orribile. È quello il testo?
-          Sì, sì. È questo. Certo che Gheddafi è stato proprio crudele eh…
Fuocaccio.
-          Una crudeltà... Ma di una crudeltà… non mi ci faccia pensare.
-          Eh infatti signora, non ci pensi. – provava a rispondere Goffredo ormai rassegnato all’incendio totale, alla volontà evidente di conversazione della bibliotecaria, letale e dannosa per le novecentonovantotto commissioni improrogabili di Goffredo.
-          Dicono che Gheddafi sia anche stato più crudele di Hitler.
Incendio. 118. SOS.
-          Ma secondo lei è stato più credele Gheddafi o Hitler?
Fuoco e fiamme dappertutto. Incendio doloso e indomabile.
 
Come avrebbe potuto spiegare Goffredo che la sua mattinata era affastellata di compiti e doveri irrinunciabili? Come avrebbe potuto mandare seccamente affanculo quella signora brevilinea con più monili sul collo che sale in zucca?
Non lo avrebbe mai potuto fare. E infatti non lo fece.
Conversò sulla crudeltà dei dittatori, sul coefficiente variabile di crudeltà per dittatura, passando in rassegna, visto che era a Scienze Politiche, tutte le dittature più efferate da Pinochet a Pol Pot. . Senza speranza per i suoi intenti. Senza più la volontà di volerli vedere portati a termine. Vittima di un molesto sopruso. Crudele.

post dedicato al mio caro amico O. l'ebreo 


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16 settembre 2009


A volte Goffredo, nella sua città natale, studia.
Anzi, per meglio dire, a volte Goffredo nella sua città natale, è costretto a studiare.
La costrizione suole seguire i solstizi, dimostrando un particolare feeling con quelli d’autunno e d’inverno. Perché Goffredo, in estate e in primavera, non riesce a studiare granché bene.
Come dicevamo quindi, in questi giorni, metereologicamente sospesi tra il novembre più tetro e il giugno gorgogliante, con somma soddisfazione della sua volontà, Goffredo ha impiegato molte ore del suo tempo, non solo con i libri, ma anche con degli ospiti particolari: Nunzio e Carmine.

Nunzio e Carmine sono due  bimbi bricconcelli, che abitano insieme alla rispettiva famiglia, di fronte al balcone dove Goffredo si attarda nello studio.
Nunzio, il più grande, dovrebbe avere otto, nove anni, anche se ha già le fattezze di un trentenne. Il suo passatempo preferito, quando è giù per strada (cioè sempre) è gridare: “Zio Enzooooooooooooo”, per sentirsi poi rispondere a turno dalla mamma o dalla nonna: “Che non c’èèèè! Che gridi se non c’è? Che gridi se non c’è? Carmine ( ovvero l’altro fratello) non lo dare retta a quello! Vieni qua!”
Lo zio in questione, è il famoso Enzo R., che i più chiamano solo per cognome. Di colorito violaceo cardinale romano, Enzo R. fa del molo cittadino la sua seconda, (anzi forse prima) casa e il suo ruolo in famiglia, oltre ad andare al mare, è quello di portare i cani a passeggio di notte. La notte è il suo regno e tutti sanno che una festa non può ritenersi tale se non c’è lui a danzare con movenze inenarrabili di fronte alla cassa.

Carmine invece, è il fratello più piccolo. Anche se molto diverso dal fratello Nunzio, vede in lui una guida costante. Piccino ma già molto furfantello, diletta il vicinato con urla strazianti, provocate dagli slanci affettivi un po’ troppo maneschi del fratello grande, il quale non appena diverge su qualsiasi opinione, non dispensa l’uso delle mani. Anche per lui zio Enzo è importantissimo. Non appena lo vede per strada infatti, lo tempesta di richieste. Il gelato, il giro in bici, le gomme, le caramelle, la passeggiata col cane… Sarà un caso che zio Enzo tende a non sostare troppo tra le mura domestiche?

Nunzio e Carmine, in questo percorso di crescita, sono seguiti amorevolmente dalla madre, dalla nonna, dal nonno e soprattutto dalla titolare del negozio di biancheria intima, che non vendendo un articolo dal duemilaquattro, impiega e inganna il suo tempo crescendo barboncini e bambini. Non suoi.

Ci sarebbe ancora da parlare dettagliatamente della mamma, del nonno, della nonna e del cane, ma Goffredo purtroppo ha bisogno di tornare all’attività che in questo periodo, a discapito delle previsioni, gli riesce molto bene.
Anche se vilipeso, con caratteristiche colonne sonore:
-          Carmine, se non la finisci… Che se non la finisci…
-          Hou mamma. Che vuoi da me? Carmine mi ha spindo e io sò caduto.
-          Mo che saliamo a casa devi vedere. A vdè…

E via di seguito.




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21 gennaio 2009


Goffredo lavora. Ogni tanto. Come steward.
Non prende molti soldi, ma come direbbe Maccio Capatonda, nel ruolo del padre di Fernandello: SOSSOLDI.

Oggi piove. Goffredo, che è molto fortunato, sta all’esterno dell’edificio, sotto la pioggia, con un ombrello e le calze bagnate. Fradice.
Il suo ruolo, nel complesso e inutile organigramma della giornata, è quello di accogliere personalità illustri all’entrata del vialetto che porta all’edificio, senza magari farle bagnare.
Magari…

Entra la prima Mercedes.
Goffredo si avvicina. Apre l’ombrello e mentre comincia a bagnarsi come un pulcino, preserva dall’acqua la giornalista più bona dell’universo che ringrazia con occhi languidi il suo mammalucco ombrello vivente. Goffredo è così felice che si scorda di avere i piedi in cancrena e una tosse che tra qualche ora lo accompagnerà mano a mano nell’Ade.
A Goffredo si avvicina il suo collega, curioso riguardo l’identità della dea uscita dalla Mercedes. Gli risponde che non la conosceva affatto, ma che non la scorderà per qualche giorno. Lei e suoi occhi blu.
I due proseguono la conversazione ipotetica erotica per qualche minuto.

Nel frattempo, entrano nel vialetto tre alti figuri. Uno dei quali, molto alto, al centro. “Saranno studenti” dicono i due, inutile precipitarsi incontro per offrirgli riparo dalla pioggia.
Il collega di Goffredo ritorna al suo posto. Goffredo mette a fuoco gli studenti che vengono incontro, con le sopracciglia curva, per scansare la pioggia acuta. Lo studente al centro è John Elkan.

Goffredo come un babbeo autentico, gli corre incontro, quando oramai mancano solo pochi centimetri all’ingresso dell’edificio e al riparo dall’uragano lombardo.
Mi scusi Dott. Elkan – dice Goffredo imbarazzato.
Non si preoccupi – dice educatamente John. Il bagno oramai è fatto.

Ed esattamente quando il bel John gli risponde, Goffredo si accorge di voler chiedere un sacco di cose al vicepresidente della Fiat, tipo:
·         Chi è il parrucchiere di tuo fratello?
·         Cosa regalava il nonno a Natale, un jet privato a nipote?
·         Perché tua madre ha fatto te, serio e bello e tuo fratello, cretino e bacato?
·         Quando verrà di nuovo Lippi ad allenare la juve?
Ma non può. Non può perché oramai John è in sala. Presiede al dibattito e scrive con mestizia sul suo palmare.

Le colleghe di Goffredo, tutte, sono in visibilio. Meccanicamente ripetono: Com’è fico! Com’è fico, com’è fico. – con Goffredo che vorrebbe gridare: Ein, mà capèit!
Toccando il cappotto, con il viso illuminato: “Com’è morbido! Com’è morbido! Guarda com’è soffice… Proprio come il padrone. – con Goffredo che vorrebbe seguitare a gridare: ma grazie al cazzo! Se non c’ha un Agnelli i cappotti soffici, chi dovrebbe averli? Tarricone? 

Ma nopn dice niente di quello che gli frulla in capo. Attende il buffet, per mangiare come un ladro e tornare a casa. A slacciarsi il nodo della cravatta.


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16 dicembre 2008


Goffredo ha fatto le scuole elementari alla scuola Massimo D’Azeglio.
La classe era grande, con i muri verdi e con una trentina di bambini pestiferi.
Non esistevano i cellulari. Difatti quando t’inventavi un malore per evitare qualche prova di vario tipo, eri costretto ad andare in segreteria, dalle segretarie bacucche, e chiamare a casa dal telefono fisso.
Quello grigio. Con la cornetta. Quello che per chiamare dovevi usare tutto il deltoide.
Molto eterogenea per estrazione sociale, la classe di Goffredo aveva bimbi di tutti i tipi: figli di papà, figli della gente del “popolino” e figli di madre e padre.

I maestri di Goffredo cambiavano ogni anno. Chi andava in pensione, chi iniziava ad insegnare, chi scambiava la classe di Goffredo per una copisteria, l’importante è che provocasse danni permanenti alla sintassi e alla costruzione del periodo in età preadolescente.
Sempre i maestri, avevano dei metodi discutibili. Non erano dei veri pedagoghi.
Gli schiaffoni che Goffredo ha visto dare a Cosimo Damiano S. e a Nella D. dalla maestra M. erano fuori da ogni comprensione. Probabilmente rei di essere molto, ma molto umili, i due malcapitati ricevevano ceffoni come fossero attuali social card.
- Nella, perché hai fatto così?
- Ehhh, perché…
Bbboum. Schiaffone.

- Cosimo Damiano, hai fatto i compiti?
- No maestra. Mi è morto il nonno.
Bbboum. Schiaffone.

Vengono esperiti questi ricordi violenti di Goffredo in seguito ad una notizia appresa sul Corriere: “Le Nazioni Unite volevano, entro il 2009, il divieto totale di ogni forma di coercizione fisica. Ma è un’utopia”
Che fosse un’utopia lo sapevamo già. Basta chiedere alle guance e al cranio di Cosimo Damiano S. e di Nella D.
O alla maestra M., la quale, è difficile che abbia cambiato metodi d’insegnamento…


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2 dicembre 2008


È domenica sera.
Fa freddo e piove.
E la fame incalza.
Dustin, alias Cesare, alias Silvestro, studia. Goffredo ed Odisseo vedano la partita del Milan, che affonda nelle tre reti isolane. Ma hanno fame. E la domenica sera si mangia il KEBAB (che tecnicamente dovrete scriversi Kebap, ma noi siamo tradizionalisti…)
Silvestro, il Kebab, non vuole nemmeno sentire pronunciarlo. Goffredo e Odisseo devono decidere chi andrà a prenderlo.
Un casting scontato. Odisseo è gia sceso una volta, non rimangono molte altre alternative.
Fuori fa freddo. E piove. E per chi non lo ricordasse è ancora domenica.
Lui è sempre là. Il nostro fido amico kebabbante è accanto al rotolo che gira. Stoico. In tutte le stagioni, con tutte le temperature, lui non demorde. Resiste.

-
Uno piadina? Piccando? Senza Cebolla? – ripete ogni domenica a chi gli chiede le ordinazioni.
Una volta poi apprese le informazioni parlotta in turco con i suoi “cuochi” e prepara quanto richiesto.
In cucina si impasta, si riscalda e qualche volta si fuma.
Sigarette, naturalmente.
Ma è proprio quello che dà armonia alla pietanza. La Zizzusaggine. Sporco è bello.

Il nostro amico kebbabbante, di cui non si conosce ne’ il nome ne’ il cognome, nonostante le cadenzate
frequentazioni, domani parte. Neanche lui sa per quanto e per dove.
- Vado un po’ in giro. A vedere qualche cosa di nuovo. Torno. Forse. Magari, se lavoro e soldi finiscono, torno. Forse.
Goffredo è contento. Molto. Vorrebbe dirgli: và fratello turco. Scopri e impara. Perché tu sei bravo, sei forte
e tutto potrebbe riuscirti. Un uomo che arrostisce il Kebab ad agosto, può perseguire ogni obiettivo
prefissatosi.

Goffredo è triste. Perché le domeniche senza l’amico kebbabante avranno qualcosa di monco.
“ No piccando, no cebolla”

E sotto la pioggia torna a casa.
Famelico, bagnato, felice e contento
.


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24 ottobre 2008


Chess jè nà càs tecnolugch!

Tale è il cartello che troneggia sulla prima architrave della casa di Goffredo. E difatti questa è la realtà.
Odisseo e Dustin nel salone. Con il computer acceso. Goffredo nella stanza da letto. Con il computer acceso.
Odisseo spulcia tutti i siti sportivi. Del mondo. Compra tagliaunghie elettronici su e-bay. Gioca a scacchi o a Risiko su Internet.
Dustin cura il blog, e rovista tra i quaderni elettorali del ’72. Alla ricerca della firma perduta.
Odissseo fa un rutto. Dustin lo sgrida. Non ne può più!
Goffredo fa un peto, nei pressi del bagno. Odisseo lo ascolta. E lo rimprovera. Predica parità di diritti.
Goffredo chatta, scrive e pensa. Con chi? Cosa? Perché?
Neanche lui vuole essere da meno.
Fa un peto e un rutto. Chiude la porta e va letto.
Prosit.


15 settembre 2008


 un giorno Goffredo vorrebbe svegliarsi ed essere così...




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5 luglio 2008


Goffredo è molto amico amico di Dustin. E Dustin è molto amico di Goffredo. Goffredo e Dustin si vogliono bene.

Vengono dalla stessa città, studiano nella stessa facoltà, votano lo stesso partito, vivono nella stessa zona. Sono un po’ culo e camicia.

Goffredo e Dustin, quindi, spesso compiono delle azioni uguali. Ma…

Capita che quando i due si stanno recando a casa di un amico, dalla parte opposta della città, invitati per un pranzo a base di pesce, Dustin riceve una chiamata dal suo coinquilino che ha smarrito le chiavi di casa, ragion per cui, i due sono costretti a tornare indietro, vanificando tutto il tragitto compiuto e continuando a soffrire nei mezzi pubblici roventi come fornaci.

Oppure, quando Goffredo va al Pronto Soccorso, semplicemente per un consiglio medico, e Dustin da grande amico masochista qual è s’impunta per fargli compagnia, il semplice consiglio medico si trasforma in attesa logorante di quattro ore, che porta entrambi ad abbondanare la sala d'attesa dell'ospedale, senza neanche ricevere l’informazione.

Oppure, quando i due prendono un mezzo, sfiniti dall’attesa inconcludente dell’ospedale, invece di scendere alla fermata che con un altro mezzo in pochi minuti condurrebbe a casa, decidono di restare sullo stesso per decuplicare l’attesa, con il solo vantaggio di scorgere viados agghindati che salgono e parlano al telefono.

Anche se Goffredo e Dustin sono dei grandi amiconi, stanno pensando di non uscire più di sera, da soli.




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  15. Non tutti siamo uguali, quindi tutti siamo diversi.
  16. Sai, pensavo di stare peggio con gli esami. - E invece? - Invece sto messo male.
  17. Ero seduto sul posto accanto a uno che ha fatto il compattato di cui non l'ho passato
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  25. Ma dai, cosa dici... Matera è in Puglia.
  26. - Luca, ma dov'è morto Napoleone? (dopo un suggerimento mal compreso) - In viaggio. - Non in viaggio. Ad Ajaccio. Ma sai almeno che Ajaccio è in Corsica? - Si, si. Corsica in Spagna.
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  31. in questa settimana ti cerco vedere di provare e di richiederere se si può fare una ricarica 

                     

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Giuseppe Ferron Spadaro



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  • Se io avevo sta macchina, se io avevo sta macchina, se io avevo sta macchina, era bello!

F.Lion 


 

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  • Con quei baffi sembri Domenio Modugno
  • Oggi sei vestito come un borgataro.  

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