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Dio non è morto (e sta benissimo in Argentina)


Diario


3 settembre 2007


 

È radicata e diffusa la credenza che maggiore sia il prezzo del biglietto di un treno e automaticamente migliore sia il servizio offerto e la qualità del viaggio. Scrivo questo pezzo per smentire questa sciocca teoria e per rendervi partecipe del mio dolore e del mio odio contro le Ferrovie dello Stato.

 

Mi siedo su un Eurostar, badate bene: Eurostar e non Espresso o Intercity Notte, alle ore 09.40. I tre posti di fronte a me, sono occupati rispettivamente da una signora munita di stampella al lato del sedile, da un signore che gronda sudore anche dalle orecchie, suo rispettivo marito, e da un cane. I cani durante i miei viaggi rappresentano una costante inamovibile. L’animale in questione, è dentro una borsa giallognola, sembra un criceto cresciuto troppo e soffre come una bestia. Ogni tanto inoltre emette degli pseudo starnuti molto più simili a dei rantoli pre-morte, che ad un impellente bisogno fisico. La coppia ( ed il cane) sono spagnoli, ritornano da un viaggio in Puglia all’insegna della riscoperta delle origini della signora, diretti a Milano per prendere un altro treno che li accompagnerà alla volta della loro abitazione spagnola. E fin qui tutto normale. Notata la presa della corrente elettrica sotto il banchetto estendibile della mia postazione, allaccio la ciabatta del mio portatile all’apposita presa. Tac. Viene meno la corrente e il computer ancor prima di accendersi del tutto si spegne di nuovo. È il presagio della catastrofe. Sono le 10:10 e da quei fatidici minuti in poi, capisco che oltre alla corrente sarò sprovvisto per otto ore anche dell’ aria condizionata.


Passa un’ora, e la sofferenza aumenta. E’ più un sentimento di acuta disperazione, accresciuto dalla scoperta che solo la nostra carrozza è priva di quel vitale circolo d’aria supplementare e che tutte le altre sono piene e fresche; impossibile quindi una migrazione salvifica. Con i raggi del sole perpendicolari sul capo, le persone, me compreso, cominciano a manifestare i primi sintomi di acuto fastidio. I dialetti prendono il posto dell’italiano, i biglietti fungono da ventagli e i bambini dai cinque anni in su vengono privati dei loro vestiti. La situazione è terribile ma ancora cerebralmente sostenibile.
La tragedia vera e propria infatti, è messa in atto una volta lasciata la stazione di S.Benedetto del Tronto. Un’ altra coppia anziana, questa volta con un bambino al posto del cane, si dirige  verso i posti degli italo-spagnoli di fronte a me, mostra il biglietto ed effettivamente dimostra che il posto da loro occupato è abusivo. Lo spagnolo esige l’intervento del controllore, figura preziosa e irreperibile in questo viaggio, il signore marchigiano invece minaccia di arrivare alle mani in caso di mancato trasloco. Ed è qui che viene il bello. Visti i cinquanta gradi e a causa di un innato spirito pacifico,  aiuto i signori abusivi a raggiungere i posti di loro appartenenza. Carico sul mio corpo gia provato dal torbido caldo: una valigia immensa di venti chili, che trascino con fatica sfidando l’ernia al disco, una borsetta, un trolley ed il cane, che spesso scende dalla sua borsa rifugio e piange, come se la situazione non fosse gia catastrofica. Più pesante e goffo di un cavaliere medievale, percorro quattro carrozze con tutta l’armatura fatta di valigie per giungere alla carrozza quattro e trovare il posto della coppia ibrida occupato da delle suore svizzere. Mi viene da piangere. Auguro alla signora buona fortuna e scappo dal controllore, nel caso dovesse essercene uno, ad ammorbargli questa brutta piaga.


Ritornato al mio posto, riprendo l’attività che meglio si può svolgere: sudare. E difatti dopo una mezz’oretta in cui collaboro col sole alla disidratazione totale, vedo tornare il signore spagnolo, un ammasso di peli bagnati che cammina. Si accosta vicino e mi dice ironicamente che è tutta colpa mia. Il biglietto che ho visto e il posto verso cui li ho condotti era quello dell’andata che i furboni trattenevano con loro nella stessa bustina del biglietto del ritorno. La loro effettiva postazione era in quella stessa carrozza, solo qualche posto più in là. Mentre mi guarda con quel sorriso ebete ed incredulo, tentenno indeciso se tagliarmi le vene, buttarlo dal finestrino o dargli un schiaffone sulla pancia. Il proseguo del viaggio può facilmente intuirsi, anche senza bisogno del racconto. Ho immaginato di stare per svenire, ho pensato che stessi diventando un Calippo umano, ho creduto che tutti i bambini seminudi, continuamente bagnati con l’acqua del bagno, dovessero avere un arresto cardiaco; ma dopo tanta sofferenza ho letto il cartello bluastro con la scritta bianca: Milano. Chi mi è venuto a prendere alla stazione mi ha passato un costume. L’ho indossato, e prima di buttarmi nei Navigli per un bagno rigenerante, ho giurato che non viaggerò mai più in treno. Almeno con le F.S.

 

D.M.T.     




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