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Diario
5 maggio 2012
Lettera al suonatore del flauto di Pan ecuadoriano che inutilmente perde il suo tempo nella stazione metro di Oporto
Sono giorni. Mesi ormai, che volevo rivolgerti queste parole. Anni probabilmente.
Dai favolosi anni novanta forse. Decade di codini e spensieratezza.
Queste parole quindi, vecchio mio, sono il risultato di un trauma sedimentato nel corso degli anni. Che prende vita nelle torride notti nord-baresi. Quando ancora chi abitava nel cento storico, non poteva installare condizionatori. Per non turbare e degradare il pubblico decoro estetico, debitamente prescritto senza nulla ricevere in cambio.
Già da allora, buffo e tozzo amico, da quando ancora ero un bimbo, tu, un tuo collega, o qualcuno a te molto simile, si piantava di fronte al balcone di casa. Per l’intera festa patronale. E suonava. Per tre giorni. Le stese canzoni. Lo stesso Celentano, la stessa Pausini, lo stesso Bocelli. La stessa continua e perfida agonia, perpetrata senza pietas, con quel invadente e perforante Flauto di Pan andino. Senza sosta. Fuuu Fuu Fuuuuuuuuu
Ti avviso in anticipo, amico aedo sudamericano. Probabilmente sarò rude. Troppo rude.
Tu però, candido surrogato di Mino Reitano cresciuto nelle orgogliose lande dell’Ecuador, prendi tutto quello qui scritto, come un consiglio. Come una parola detta da un amico. Con il cuore in una mano, e con nell’altra lo scroto. Lacerato.
“Nessuno comprerà i tuoi cd. Mai. Nemmeno per sbaglio”
Anche se esposti con una scritta cubitale: Cinque euro. Nell’era di FilesTube ed Adunanza, nessuno ti darà qualche spicciolo. In questo periodo di lacrime e sangue, cinque euro saranno destinati ad altro. Non certo a Sentieros, il tuo disco autoprodotto. Con tanto di betulle e salici in copertina.
Anche perché, scuro e minuto amico, son più che convinto che dei tuoi continui e clamorosi insuccessi commerciali, tu ti rammarichi. Ti flagelli interiormente. E pensi che le tue performance accanto al distributore di Kit Kat, pecchino in qualcosa. In melodia. O nell’arrangiamento magari. E ti accanisci. Perdendo energie. Tempo. Ed opportunità. Sempre però con lo stesso risultato. Pessimo ed infruttuoso. Son convinto anche, che tornato a casa, i tuoi figli ti chiedano come è andata la giornata. E tu sia a pezzi. Non potendogli dire la verità. Che non hai venduto nulla, nonostante le indefesse ore di soffietti e sbuffetti su legnetti circolari. Un Bob Cratchit del duemila, oppresso dall’Ebenezer Scroogge dickensiano del Capitale.
Cosa farai quando tua moglie ti dirà che il prossimo mese, Carlos, il suo cugino peruviano, si sposa? Quando sarai costretto ad usare di nuovo, l’abito conservato in formalina? Bisunto. Tutto aggrinzito? E quando per il cugino di tua moglie, oltre che a liberatorie passeggiate da Zara, non potrai permetterti nemmeno il regalo? E dovrai riesumare la catenina col drago in metallo, vinta al Bingo nel ’96, con quell’ambo fortuito ed inaspettato. Tutto questo, perché? Perché?
Rifletti. Rifletti bene. C’è crisi, mi dirai. Certo, è verissimo. Ma c’è crisi per tutti. Nessuno escluso. E proprio per questo, nessuno comprerà mai le tue merdine. Nessuno coglierà Sentieros dalla fodera del flauto. Nemmeno per scherzo.
Perché tra l’altro, amico mio, oltre a vendere e suonare musica di merda, sbagli anche repertorio.
Sei in Spagna. La gente non vuole Celine Dion. Non vuole Pavarotti. Non vuole sentire My Way col flauto. Le note evidentemente troppo alte, perforano l’orecchio.
La gente vuole la tradizione. I classici. Vuole ascoltare quel Sud America immaginato e mai potuto vedere. Cazzo ti suoni Stevie Wonder col flauto? Sei kitch. Sei inattuale. Sei scontato. Banale. Arcaico.
Vorrei dirtele queste cose, amico mio. Vorrei parlarti. Spiegarti perché il tuo porta chitarra è sempre zeppo di Sentieros e sprovvisto di euros. Ma no ho il coraggio. Sono un vile borghese. Metropolitano per giunta. Ed intellettualoide. Perché il suffisso oide è sempre meglio di -ista o di –ale. A meno che tu non sia un numero dieci. (E sempre a meno che) non si indossi una maglia a strisce, bianca e nera.
Vorrei comunicare con te, amico mio, dolce emigrante dell’Ecuador... Vorrei ascoltare i segreti della tua lontana terra natia. E dissuaderti dal continuare a perdere tempo accanto al distributore dei Kit Kat. A suonare le tracce di Sentieros con quell’indigesto Flauto di Pan.
Probabilmente però, non lo farò mai. Ed è proprio per questo, dunque, che ti scrivo.
Perché fortunatamente, di tutto quello che io penso, mai ne verrai a conoscenza.
Se per il tuo male o per il tuo bene, sarà il tempo a dircelo.
Oporto
Madrid
Flauto di Pan
sentieros
| inviato da D.M.T. il 5/5/2012 alle 18:51 | |
11 aprile 2012
La rovinosa e reiterata sconfitta della politica italiana
Beati i comunisti. Sicuramente esclusi dal regno dei cieli. Fortunati però a vivere di sogni e miti archetipici, col tempo, ahi loro, squagliatisi come neve al sole. Beati i fascisti, a sperare in un eterno ritorno. Saldi e marmorei nella loro fede. Talmente tenaci e inamovibili da apparire simpaticamente ottusi. Beati i socialisti, capaci di far coincidere la loro stagione politica con la fase dell’Italia più godereccia, spensierata e spendacciona. Tra scale mobili, Spandau Ballett e delegazioni da Scià persiani. Neanche per loro, come per i fascisti, verrà riservato un low cost per il paradiso. Invidiabile però, del loro essere e operare sulla scena politica, l’aver vissuto un periodo con delle speranze.
Beati i Greci della seconda Repubblica, annidati nel Cavallo di Troia di Tangentopoli, pronti a sodomizzare con pool e magistrati l’agognate e monozigote Prima Repubblica troiana. Divenuta tale, qualche anno dopo. Di nome e di fatto. A ridosso di un cambio di regia “tecnico” ed eccessivamente sobrio. Beati i Berluscones, stregati dal genio politico, dell’uomo in assoluto meno idoneo alla politica. Forse l’unico però, destinato a sedere accanto al Signore. Visto il suo odore di santità saggiato da Vespa
Beati tutti coloro i quali hanno avuto un sogno. Tutti quelli che hanno visto attraverso la gestione della cosa pubblica, l’attuazione e realizzazione di un loro ideale. Tutti quelli che hanno avuto modo di credere e combattere per una causa che sentivano romanticamente propria. Beati tutti quelli che si son sentiti fieri del loro Obama, del loro Berlinguer, del loro Rauti, del loro Blair, del loro Chavez e del loro Castro.
Perché io, onestamente, è qualcosa che non ho mai provato.
Non mi è stato concesso sentirmi rappresentato. Da brontosauri viziati, ex balilla del Pci. Gente del Palazzo, nel Palazzo e sul Palazzo. Né tantomeno, da un ventennio politico indegno. Peccaminoso e pestifero. Consapevolmente generatore di metastasi. Acuitosi, nonostante “il” tutto, dopo sbandierate pulizie giudiziarie.
Anzi, accostandomi al turpiloquio ed eccedendo in schiettezza, oltre a non sentirmi parte di un tutto, io di questo tutto eterodiretto, ne ho i testicoli abbottati. Lo dico coscientemente. Precludendo un posto al sole più allettante a queste mie riflessioni.
A me i ceppalonici Mastella, gli Scilipoti, le Trote padane, i Gasparri, i D’Alema, i Rutelli e i Lusi, i Fini e i Casini, i cerchi magici e i suoi leader primati, i Fede, i Minzolini, i Bertinotti mi provocano fitte allo stomaco. Perché non ne posso più. Perché vorrei qualcosa di meglio. Perché vorrei che la politica fosse qualcos’altro. Non rimborsi elettorali ed infotainment. Non solo congressi e tangenti. Non vitalizi e poltrone. Non solo “concertazione”.
Mi basterebbe anche un po’ di onestà. Quella stessa onestà, unica e trina, nella tripartizione trotesca dei valori più importanti. Mi basterebbe sentire, senza fretta e tensione, un’ammissione di colpa. Una presa di consapevolezza della sconfitta. Evidente, ineluttabile e manifesta.
Qualcuno, non mi importa chi tra i tanti che dichiarasse: “Abbiamo rovinosamente fallito. Per più di una volta. E ne siamo consapevoli. Adesso però ricominciamo. E magari in modo migliore”
Neanche questo qualcuno, ovviamente, andrebbe in paradiso. Avrebbe però, da qui a vent’anni, la coscienza pulita nell’errare di nuovo. Senza troppi e ingombranti rimorsi.
lega
pci
politica italiana
sconfitta
pdl
| inviato da D.M.T. il 11/4/2012 alle 18:44 | |
5 marzo 2012
Più di un mese a Madrid
Pisos che odorano di sacrestia; tizi in metro che sanno di mangime per uccelli; emorragie nasali tamponate con foglietti di Moleskine; sardi e portoghesi perennemente raffreddati, disgustosi per il continuo raccattare muco dalle mucose occluse; francesi che sibilano e cinguettano, e non su Twitter; senzatetto con fildiferro artigianali che estraggono monetine, mentre musici professionali cantano Smile; collegamenti tra Metro in stile Shining; partitelle sotto casa in trecento contro trecento, senza essere a Sparta; l’assenza della Salsa, sopperita con l’omonimo ballo; figli di bidelle che suggeriscono alla mamma: “Non ha capito niente. Forse è inglese”;
Gente in moto perpetuo a qualsiasi ora, modalità Movida; chilometri di coda e di pullman per dare baci alla statua di Gesù; torrenti e cascate di pubblicità, senza argini e senza rispetto; l’evidente e malcelata ammissione d’inferiorità calcistica rispetto al Barcellona.
Bikini e infradito al campus con i primi sospiri di un sole clemente.
L’arte e la capacità solo iberica, di far sentire “crucco” un terrone; coinquiline silenti a tal punto da temere il decesso improvviso; il dovere, preteso, di gesticolare per il sol fatto di esser nato in Italia; richieste di caparre, destinate a rimanere tali: richieste; Seat e multipli di Seat; S e J che conducono allo sputo involontario; giovani genitori con autostrade di lingue in bocca; bimbi dei genitori erotici che perforano timpani, aizzati da signore forse audiolese; peruviani, barcollanti e identici a Toto Cutugno, cacatisi sotto, cacciati dalla Seguridad della Metro.
E la quasi totale assenza di pioggia. Da più di un mese.
Apriti cielo.
espana
madrid
| inviato da D.M.T. il 5/3/2012 alle 20:18 | |
17 febbraio 2012
5 ANNI DI MOLTOBENE
Era più o meno in questi giorni. Forse Sanremo era già iniziato. Magari Celentano aveva già deciso di diventare predicatore evangelico apocrifo. Berlusconi era ancora sulla cresta dell’onda. Se magari non proprio sopra, si riscaldava per cavalcarla. E la crisi la guardavamo dal Cannocchiale. Punto it. Salutandola e preparandole le spiaggine per farla stare comoda. Ma non facciamo poesia… Cinque anni fa, di questo periodo, un amico del cuore, con il suo scaltro modo di impartire ordini spacciandoli per consigli, mi disse: “Secondo me dovresti aprirti un blog”. Gli risposi prontamente che la mia carriera universitaria era appena iniziata e non potevo permettermi distrazioni di natura commerciale.
Nacque così Moltobene. Per scherzo. E non solo nacque. Ma crebbe addirittura... Crebbe anche, perché prima i blog erano seguiti. Sui blog ci si scambiava opinioni e ci si confrontava. Il blog era il Nuovo. Avere un blog significava essere parte attiva della blogosfera. La blogosfera… anche chi in vita sua aveva bazzicato solo con Word finalmente accarezzava terminologie scientifiche. I blog erano i pomodori che Colombo portò dall’America. Inizialmente esotici, col progredire del tempo e dei loro usi, essenziali. A voler essere onesti, i pomodori, per l’evoluzione della cultura e civiltà europea, hanno significato qualcosa in più rispetto ai blog; basti pensare che i pomodori sono sopravissuti a Facebbok. E i blog no. Anzi, quanto appare antico, oggi, il blog, rispetto ad un tweet o ad un hashtag? Vetusto quanto Colombo forse. In persona. E non Peter Falk. Ovviamente. Così, vedendosi scavalcare senza colpo ferire da mezzi più moderni, nei suoi primi cinque anni, Moltobene ha sfornato storie, personaggi, aneddoti, ricordi. Ha raccontato quello che gli capitava attorno. Cercandolo di fare sempre con il suo stile. Mai troppo serio. Mai in prima persona. Con le opinioni redazionali sempre camuffate e descritte da alter ego.
Moltobene quindi è cresciuto. E' diventato grande. Ha acquisito una sua identità. Spesso si è detto, tra sé e sé, che prima o poi sarebbe morto. O meglio, avrebbe deciso di morire. Dopo le centomila visite, magari. Un’eutanasia letteraria. Ma così non è stato. Perché nel frettempo a Moltobene ci si è affezionati. E da che mondo è mondo, morire non è mai una scelta che si prende a cuor leggero. Per questo Moltobene è andato avanti. Ha proseguito il suo cammino. La sua crescita. Ha capito che Facebook, non potendolo sconfiggere, bisogna farselo amico. E servirsene. Ha visto il diradarsi delle visite, dei commenti e degli aggiornamenti. Ma nonostante tutto, oggi, ha compiuto cinque anni. Anche e soprattutto grazie a voi. Grazie a chi, da cinque anni, ci legge. Ci segue. Ci apprezza. Ci stimola. Ci invoglia. Senza saperlo, ci fornisce materiale.
Sarebbe bello, tra cinque anni, festeggiare ancora e simbolicamente insieme, la prima decade. Ma chissà se ci saremo. Chissà se ci sarà l’Italia... Chissà se Moltobene continuerà a essere aggiornato... Chissà se i pomodori saranno passati di moda... Sotto la centrifuga del tempo. Finiamola qui però, perchè stiamo di nuovo facendo poesia. Con un ultimo e doveroso Grazie. E arrivederci.
compleanno
moltobene
| inviato da D.M.T. il 17/2/2012 alle 21:3 | |
10 febbraio 2012
Manuale per una perfetta e giustificata Cascetta
- a. Mangiare merdine sfiziose, scrutando la sazietà come orizzonte inarrivabile, sballottati e pigiati in reconditi anfratti di un locale pullulante di anime. Non pie.
- b. Raggiungere gli amici che si son volontariamente abbandonati, per poi, a causa della troppa attesa (nella metro), ripercorrere lo stesso tragitto al contrario senza essersi incontrati.
- c. Incontrare gli amici di cui sopra (ovviamente nella metro) e scoprire che sono molto più ubriachi di te.
- d. Osservare tutti i tuoi amici che entrano in discoteca, mentre tu battibecchi con i buttafuori, tutti vestiti come Chuck Norris.
- e. Prendere la ultimo metro, allontanandosi maggiormente dal punto di destinazione e accorgersi che la prossima metro ripartirà tra sei ore. Perdere quindi la ultima metro.
- f. Raccattare, fortuitamente, un salvifico autobus diretto verso casa, costretto ad ascoltare uno slavo logorroico, zeppo di profumo molesto.
- g. Trovare il primo portone di casa, misteriosamente chiuso a chiave dalla serratura minuscola e sfigata.
- h. Penso possa bastare.
- i. Buonanotte.
amici
madrid
uscire
| inviato da D.M.T. il 10/2/2012 alle 0:55 | |
4 febbraio 2012
Ode al giubbotto rosso
Ci conoscemmo tanti anni fa. Eravamo entrambi giovani. Io ancora adolescente. Tu in voga. Eppure ci capimmo da subito. Sin da subito. Eri così strano. Così voluminoso. Così da me diverso. Tutto gonfio, senza metà, integro e intero. Ne è passato di tempo da quella prima sera. Da quel primo inverno. Ne abbiam viste di cose. Di città, continenti e nazioni. Eppure siam rimasti sempre più o meno gli stessi. Identici nel mondo di essere. Con qualche chilo e acciacco in più. Usi e abusi. Ora in Spagna tutti ti guardano. Ti osservano. E di conseguenza osservano me. Che ti porto ancora. Tronfio. E da te mi allontano sempre con molta difficoltà. Perché sfilarti è sempre un' impresa. A volte ci hanno scambiati per Santa Klaus. La mia barba però non è ancora bianca. O per pompieri. Ma il fuoco per ora arde solo la mia anima. Dai, lo sai. Non arrossire. Più di così non potresti, sciocchino. Voglio solo ringraziarti. E dirti che la mia vita, senza di te, uguale non sarebbe stata, Giubbotto Rosso. 
giubbotto rosso
| inviato da D.M.T. il 4/2/2012 alle 11:35 | |
25 gennaio 2012
La cassiera confessora
12.53. Esselunga. Via Pezzotti.
- Ciao.
- Ciao a te.
- Come mai tutto in nero oggi?
- Perché la mia anima è cupa.
- È cupa?
- E torbida anche.
- Pecchi?
- Sovente.
- E di che entità è il tuo peccare?
- Cospicuo.
- Un cospicuo peccare?
- Assolutamente.
- Sembra un titolo di un opera teatrale.
- Ottimo suggerimento.
- Quant’è?
- Quattro euro e quaranta.
- La gallina?
- Prego, scusa… Ah, e io che ti stavo a sentire…
- Ciao cara. Buona giornata.
- Anche a te. E pecca meno.
| inviato da D.M.T. il 25/1/2012 alle 14:22 | |
24 dicembre 2011
Scene di vita vissuta 22
L'incredibile saggezza del Dottor S. a ridosso della nascita di Nostro Signore G.C.
-
Dottor S., incontrarla è sempre un piacere.
-
Mi fai emozionare. – Pausa - Mi fai emozionare. – Altra pausa-
-
Dottore, ma dopo il suo decesso, ovviamente il più
lontano possibile, svelerà i segreti della sua eterna giovinezza?
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- Pausa – Molto semplice. – Pausa e sospiro – Molto semplice.
Sposarsi una
volta sola. Amare, sempre. Fidanzarsi, sovente.
-
Buon Natale dottore. Ne prendo nota. Sul serio…
-
Buon Natale a te. – Pausa- Mio giovane amico. – Altra
pausa - Buon Natale.
Natale
saggezza
vita
| inviato da D.M.T. il 24/12/2011 alle 21:5 | |
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